NO AI TICKET DI INGRESSO, PER COMBATTERE OVERTOURISM E TURISMO MORDI E FUGGI SERVE UN SERIO PIANO DI DEMARKETING TERRITORIALE

NO AI TICKET DI INGRESSO, PER COMBATTERE OVERTOURISM E TURISMO MORDI E FUGGI SERVE UN SERIO PIANO DI DEMARKETING TERRITORIALE

Foto di copertina © Grazia Galli

Magari a qualcuno piacerebbe riportare Firenze indietro al tempo in cui chiunque vi arrivava era era soggetto alla richiesta di “un fiorino!”. A ben riflettere però, una misura del genere è di difficile applicazione in gran parte delle nostre città e non servirebbe a riportarle in condizioni vivibili salvaguardardandole dagli scempi del turismo di massa. Quello che i propugnatori della nuova gabella sottacciono, infatti, è che i proventi di un eventuale ticket d’ingresso turistico, come già quelli della tassa di soggiorno, sarebbero comunque vincolati al reimpiego in servizi al turismo e di promozione turistica. Va da sé quindi che laddove i flussi turistici sono già sproporzionati rispetto alle capacità amministrative, gestionali, sociali e ambientali del territorio – come appunto a Firenze, Venezia, San Gimignano, o nelle Cinque Terre, per far solo gli esempi più noti di siti italiani in cui l’overtourism è ormai conclamato -. introdurre un ticket d’ingresso per i turisti non pernottanti oltre a essere di difficile attuazione, potrebbe causare molti più danni che benefici.

Un carico di burocrazia in più per residenti e pendolari. Per le amministrazioni un alibi per continuare in un modello di sviluppo tossico per i residenti e per lo stesso turismo.

Anche in una città cinta da mura, o dal mare, l’introduzione di una tassa d’ingresso caricherebbe chiunque vi arrivi per finalità diverse dal turismo (visita a parenti e conoscenti, pendolari, studenti, utenti delle strutture sanitarie, lavoratori, commercianti ecc.) dell’onere di dimostrarsi esenti attraverso un percorso burocratico di certificazione, di cui si può facilmente immaginare il peso. Un danno ancor più grande verrebbe poi dal fatto che la nuova tassa fornirebbe alle istituzioni deputate al governo del territorio nuove risorse, e al contempo un formidabile alibi, per continuare a sostenere un modello di sviluppo turistico profondamente sbagliato, indissolubilmente legato alla continua invenzione di nuove strategie di marketing per garantire l’arrivo di flussi sempre maggiori di visitatori.

Un modello di sviluppo monotematico, sempre meno legato al territorio e sempre più rischioso. 

L’economia legata al turismo ha certamente offerto ad alcune regioni italiane, la Toscana tra queste, un sostegno per resistere al lungo periodo di crisi economica iniziato nel 2008. Da allora però è cresciuta a dismisura fino a diventare per molte città il principale ambito di sviluppo economico a discapito di altre filiere produttive, molte delle quali, già provate dalla crisi, si sono quasi estinte. A rendere poi ancor più preoccupante il quadro di città come Firenze  v’è la crescente presenza di operatori stranieri nella proprietà e nella gestione delle locazioni e dei servizi al turismo (ristorazione, piattaforme di e-commerce per l’accoglienza, tour operator, ecc), con il rischio sempre più concreto di un drastico ridimensionamento della ricaduta dei profitti nei territori sfruttati da questo modello di economia rampante, che, nel migliore dei casi, continuerà a rivolgersi al locale solo per una porzione dell’indotto.

Uno sviluppo che soffoca il tessuto vitale delle città e trasforma il turismo in mero consumo.

Se il tessuto produttivo di Firenze rischia il totale asservimento alla ipertrofica economia turistica, meglio non va alla delicata trama vitale della città. Fino a qualche anno fa i numeri e la distribuzione delle presenze turistiche erano ancora compatibili sia con le capacità dell’amministrazione di far fronte alle inevitabili esternalità negative che un numero elevato di visitatori porta con sé, sia con il normale svolgimento delle diversificate attività del tessuto urbano, che, anzi, sapeva assorbire e rielaborare in nuova sintesi i tanti stimoli innovativi offerti dall’incontro con i tanti nuovi ospiti. Oggi, con l’affermarsi del turismo di massa, e la diffusione capillare delle strutture ad esso dedicate, i numeri delle presenze turistiche sono cresciuti a dismisura e ogni possibilità di convivenza e incontro costruttivo è saltata – si pensi ai rifiuti, alla mobilità, alla salvaguardia dello spazio privato, all’impatto sul costo della vita, sulla sicurezza, sulla disponibilità di alloggi, di negozi di prossimità, ecc.

A questa crescita e diffusione pervasiva hanno contribuito sia l’incomprensibile ritardo nella promulgazione di normative nazionali (alla cui richiesta si può contribuire qui), sia le scelte operate dalle stesse amministrazioni di molte città turistiche. In molte di queste, infatti, piuttosto che a politiche dirette alla cittadinanza e alla gestione diretta e comunitaria dello spazio pubblico si è preferito dare spazio a politiche puramente imprenditoriali in sinergia con gli operatori economici, quand’anche in condizioni chiaramente sbilanciate e di sfruttamento del territorio, senza apparentemente curarsi del rischio di innescare processi irreversibili di spopolamento della residenza, depauperamento delle risorse e perdita delle originali leve alla base della stessa attrattività turistica. E’ soprattutto grazie a questa noncuranza che la gentrificazione turistica, dopo essersi appropriata di gran parte dello spazio privato trasformandolo in sistema diffuso di accoglienza turistica dall’alta rendita immobiliare (i dati divulgati dal Sunia indicano che nell’intero comune di Firenze il 70% del patrimonio immobiliare in affitto è adibito a locazioni turistiche), si è rapidamente estesa allo spazio pubblico, la cui fruizione diventa difficile e in molti casi è possibile solo a pagamento.

L’overdose turistica e la dipendenza dal marketing promozionale.

Oggi le città come Firenze si scoprono indifese e private di porzioni significative dello spazio urbano, concesse a investitori privati in cambio di canoni o discutibili riqualificazioni. Quelle che erano strade, piazze, mercati di prossimità, sono trasformati in percorsi per lo shopping tourism, e in templi dello street food o della ristorazione tipica, tutti rigorosamente omologati al gourmettismo fotografico mondiale. I palazzi e le aree di pregio ospitano adesso alberghi, residenze storiche, servizi di ristorazione, negozi d’interesse turistico. Non c’è condominio che si salvi dall’invasione dei b&b o dagli affitti sulle piattaforme della sharing economy, così come quasi non c’è strada, vicolo o piazza in cui l’invasività dei dehors e delle bancarelle di souvenir paccottiglia non inquini la vista di ciò che resta della prospettiva rinascimentale. Anche muoversi a piedi in molte aree pedonalizzate del centro storico richiede non comuni capacità di schivare i numerosi veicoli destinati alla movimentazione dei turisti o al loro divertimento (taxi, pulmini, carrozzelle, risciò, segway e persino i mezzi del bike- e del car-sharing), e di valicare vere e proprie folle di individui intenti a scattare l’ennesimo selfie da postare sui social.

Quando la mercificazione del territorio arriva a compromettere anche l’originale bellezza che sin qui è stata la principale spinta a visitare le nostre città, ecco che si ricorre a nuove strategie di marketing (e a nuove risorse pubbliche) per prevenire lo stallo dei flussi turistici e di un economia che ormai ne dipende in modo tossico. Intere piazze, strade, ponti, musei e edifici pubblici diventano affittabili per eventi privati, serate promozionali, o il matrimonio dei rampolli di qualche magnate d’oriente. Il mercato del wedding tourism, del resto, è tra in nuovi settori in ascesa insieme a quello dello shopping del turismo sportivo, musicale e congressuale, per i quali si moltiplicano maratone concerti ed eventi. E per motivare i neofiti del turismo sostenibile ecco che spuntano gli operatori del turismo esperienziale, cui le amministrazioni, ormai prigioniere del circolo vizioso del marketing territoriale, offrono risorse e spazi per creare nuovi circuiti museali e laboratori d’incubazione per botteghe artigiane risorte allo scopo, meglio se in contesti periferici, magari in ambiti resi più veri dalla presenza di nuovi alloggi per veri residenti. Il tutto nell’illusione di alleggerire dalla folla i siti che il turismo di massa mai rinuncerà a visitare per immortalarsi beffardo.

Uscire da tutto questo si può mettendo in campo serie politiche di demarketing territoriale.

Il demarketing territoriale è un insieme di azioni studiate per scoraggiare il consumo turistico. L’obiettivo è sostituire l’attuale modello di sviluppo di Firenze basato sul turismo globale con un altro modello, più sostenibile che non rifiuta il turismo ma opera per riportarlo a numeri e caratteristiche accettabili, facendo leva sull’economia di territorio e sostenendone la diversificazione. Il demarketing è l’opposto del marketing. Le azioni possibili sono tante: dal divieto di accesso in città per bus turistici e pulmini dei croceristi all’estensione del cosiddetto regolamento “Unesco” per la tutela del centro storico (testo integrale scaricabile qui) a tutto il territorio comunale di Firenze; dallo stop di tutte le politiche pubbliche di promozione turistica, all’utilizzo degli strumenti urbanistici per ripopolare la città in tutte le sue componenti sociali e produttive, alla messa in campo di tutti gli strumenti di economia integrata a disposizione degli enti locali. E’ una strada in salita, molto complessa e ha bisogno di una forte coesione territoriale tra cittadinanza ed enti locali, ma è l’unica. Il solo fatto di proporla è importante perché già di per sé ciò porrebbe un freno al colonialismo turistico che stiamo subendo e aprirebbe alla consapevolezza del cittadino, alla conoscenza cioè dei danni del turismo globale sulla città, dal punto di vista sociale, ecologico, urbanistico, abitativo ed economico.

Per queste ragioni è importante riuscire a parlare del fenomeno overtourism anche nella campagna elettorale per il rinnovo delle amministrazioni locali. Se a livello locale è l’economia a guidare la politica (e non l’opposto) il consumo non sostenibile del patrimonio della città diverrà irreversibile. Vale per Firenze come per tutte le città d’arte e i siti assaliti dal turismo globale nel nostro Belpaese, alla cui salvaguardia certo non nuocerebbe una legge ben fatta che permetta alle amministrazioni di contingentare gli esercizi commerciali, professionali e non, al servizio del turismo, e di tutelare le economie locali e le comunità di residenti. Un’iniziativa che Progetto Firenze ha lanciato un paio di mesi fa con una petizione al cui sostegno possono contribuire tutti, singoli cittadini, amministratori e candidati di ogni schieramento politico. La trovate qui.

 

 

Grazia Galli – Associazione Progetto Firenze