LA CITTÀ INVARIABILE

” Così, da uno stato di fatto che appare spesso negativo, e da un concetto umanistico che offre la più libera interpretazione, potrebbe svilupparsi una idea urbanistica che avrebbe, appunto, per tema la casa che si completa nella città e la città nella casa e in ogni altro edificio che la società richieda, come la scuola, l’ospedale, la Chiesa. Il suo limite sarebbe determinato dalle particolari condizioni ambientali economiche e funzionali; ciò che significa che variando queste, varierebbe la città stessa, assumendo di tempo in tempo una nuova forma e rivelando così il grado di iniziativa della popolazione. ” ( Giovanni Michelucci, La Città Variabile,  10 dicembre 1953)

 

Piazza della Stazione è forse uno dei luoghi di Firenze che meglio mostra come, per lunga parte del ‘900, si sia stati in grado di accompagnare il divenire della città. Ponendosi l’obiettivo di tenere insieme bellezza e funzionalità, committenti e progettisti hanno osato anche demolire e ricostruire diversamente per rispondere alle nuove necessità.

Una capacità che nel tempo si è persa, sopraffatta dal diffondersi di una mentalità asservita alla patrimonializzazione, per cui tutto si deve conservare tal quale per meglio far fruttare il brand della storia di Firenze. Questo tipo di conservazione, che a pochi porta molto e a molti toglie tanto, ha fatto sì che oggi piazza della stazione sia un brutto coacervo di quelle giustapposizioni disfunzionali che viviamo ogni giorno.

In nome della conservazione non si sono installate pensiline alle fermate di bus e tram. Che dire poi dei moderni bagni pubblici? Antiestetici di sicuro, meglio cosine depositate in ogni angoletto.

In nome della conservazione (e della sicurezza, sic!), non si riesce nemmeno a parlare di panchine, o di luoghi attrezzati funzionalmente per la sosta (della massa umana e dei loro mezzi a pedali) . In compenso di pali, palizzate in ferro battuto, cartelli, armadi di servizio e ora pure il compattatore per bottiglie di plastica ce ne sono a iosa, anche sparsi a casaccio.

In nome (anche) della conservazione, gli attraversamenti pedonali, così come accessi e uscite dal parcheggio sono quanto di meno razionale la mente umana potesse concepire (a meno che l’intento non fosse proprio il caos). Di piste ciclabili, poi, non se ne vede una, se devi pedalare vai o in strada o sui marciapiedi, che diamine! Se non bastasse, pure il sacrosanto obiettivo di rimuovere le barriere architettoniche si è concretizzato nella farsa di percorsi lunghi e tortuosi, ché pure gli scivoli non sono ovunque e non sempre liberi.

In nome della conservazione e della “sicurezza conservativa”, la bella fontana con il gruppo statuario dell’Arno e la sua Vallata, opera di Italo Griselli, e lo spazio circostante sono stati sottratti alla fruizione pubblica da altissime cancellate.

In nome della conservazione, si sono ripiantati pini marittimi, nonostante il fastidio e il pericolo a essi attribuito nell’attuale contesto climatico cittadino avesse motivato la decapitazione dei loro predecessori.

Da ultimo, quello che è l’errore più grande e, a mio avviso, davvero imperdonabile si è compiuto con il restauro della pensilina.

La si poteva restaurare e al contempo ricoprire di pannelli solari (magari proseguendo a farlo su tutto l’esteso corpo della stazione), rispondendo in modo responsabile alle necessità di un organismo che di suo e con l’indotto di esercizi commerciali ha consumi energetici in rilevante crescita. Invece, no.

In nome della conservazione di ogni cosa tal quale era, la città, insieme a chiunque l’abbia visitata in questi ultimi anni, si è dovuta sobbarcare un cantiere durato all’infinito e costato a Grandi Stazioni spese folli, col risultato di aver sì ripristinato almeno uno spazio d’ombra, ma ben racchiuso a panino nel cemento e non propriamente pubblico.

Ecco, proviamo a rifletterci e magari d’ora in poi quando sentiamo qualcuno usare le parole “conservare” “restaurare” “preservare” “proteggere”, chiediamogli subito “per chi, e a costo di danneggiare chi?”

Qui sotto una carrellata di immagini mostra com’è evoluta Piazza della Stazione dall’inizio del ‘900 fino al 1990. Fu quello l’anno anche della scomparsa di Giovanni Michelucci, grande architetto e ispiratore di una concezione urbanistica basata sulla visione di città come organismo in continua evoluzione, la Città Variabile, che Firenze dovrebbe tornare a vivere.