LA TRAVE E LA PAGLIUZZA

La tragedia che si vive in questi giorni in un cantiere fiorentino ripropone per l’ennesima volta il tema della sicurezza sul lavoro, della formazione e delle tutele contrattuali. Anche l’insipida campagna elettorale ne trae spunto per accendere animi e toni in vista delle elezioni di giugno. Bene, ma per favore fate che sia un confronto senza sconti, senza doppie verità e doppie morali.

Perché diritti, formazione e tutele o sono per tutti, o sono una presa in giro.

Lesioni gravi o morte nei cantieri fanno rumore perché arrivano di schianto, impossibile negarne il legame col lavoro, impensabile rassegnarsi alla fatalità. Ci si indigna, giustamente, interrogandosi sui piani per la sicurezza, i controlli insufficienti, ecc. Si punta il dito, anche a casaccio ben sapendo che qualcosa di abborracciato c’è sempre, si scende in piazza a urlare tutti insieme “mai più”.

Poi si torna a casa e qui il discorso cambia. Per ristrutturare basta una Scia – se proprio devi eh? – perché poi nella maggior parte dei casi si lavora in economia, spesso senza dir nulla, senza fatture e senza troppe domande. Del resto ci si pone forse qualche domanda in più sulla sicurezza di chi fa le pulizie nelle nostre case o nei nostri condomini? Al massimo ci si cura dei tempi e dei costi, ma quanti davvero si informano su procedure, smaltimenti, dispositivi di protezione individuale, o chiedono a imprese e cooperative di fornire certificati di idoneità degli operatori, o il Durc?

In più casi di quanti si creda, si va a fiducia, certi di risparmiare, inconsapevoli o meno che si sia delle responsabilità che ci competono come committenti, quando non datori di lavoro. Del resto, per la maggior parte dei lavoratori di cui ci avvaliamo le malattie professionali, seppur comunissime, sono raramente improvvise, più spesso lente e progressive, arrivano vicino all’età della pensione (se c’è). Come sa chi deve farci i conti, è difficile ricondurle con evidenza legale schiacciante al lavoro svolto, servono perizie e lunghe cause legali. In altre parole tanti soldi, che ad averli avuti chi mai avrebbe accettato di lavorare così?

Polmoni, occhi, mani rovinati da prodotti per la pulizia mescolati senza criterio, da intonaci scartati e riverniciati senza guanti mascherine, schiene, spalle e ginocchia schiacciate per ore di lavoro pesante alla fine delle quali ci interessa il pulito che ci lasciano, non le ore che ancora restano altrove all’operatore della coperativa cui ci siamo rivolti. Quanti di questi casi ci sono familiari? Chi avesse mai provato a fare in un giorno quello che a una collaboratrice domestica si chiede oggi di fare in poche ore conosce il bisogno di riposo e analgesici che quel lavoro imporrebbe il giorno dopo. Eppure…

Eppure, chi non si commuove oggi davanti alle foto delle nostre nonne lavandaie, chine sulla pietra a sbattere i panni sporchi dei “signori” senza alcun dispositivo di protezione dai germi e con le mani corrose dalla lisciva? Era un mestiere di merda, letteralmente, ma si sa che il bisogno piega docilmente anche al massacro. Per non dimenticarsene A Grassina, dove generazioni di donne hanno passato i migliori anni chine nei torrenti a lavare i panni dei signori fiorentini, hanno messo un monumento “Alla Lavandaia” proprio nella piazza, al centro del paese.

A Firenze, invece, signori siamo rimasti e, come allora, di scrupoli non ce ne facciamo affidando panni sporchi a un esercito di invisibili, sulla cui formazione in materia di sicurezza sanitaria e trasportistica ci sarebbe a ben guardare da porsi ben più di qualche domandina.

Un pilone e una trave che schiantano sono un’enormità impossibile da tollerare, gli appalti al ribasso una schifezza indicibile, il lavoro nero la madre di tutte le schiavitù. Non si discute.

Facciamo però che valga sempre e per tutti, senza eccezioni, anche per il rider, lo spallone del bucato, l’amico edile (idraulico, elettricista ecc.) che ci fa i lavoretti, il collaboratore domestico. Altrimenti meglio star zitti e chinare il capo sperando che la pagliuzza che abbiamo nell’occhio non abbia a divenire una trave.